di Giorgio Da Gai

Buon giorno Presidente.
Sono un italiano che da anni frequenta il Brasile, un Paese al quale sono molto legato. In Brasile ho presentato il mio primo libro, brasiliane sono le donne che ho amato e brasiliani sono molti dei miei amici; in Brasile vivono milioni di oriundi italiani, fratelli d’oltreoceano che mi rendono orgoglioso di essere italiano. Le zone del Brasile abitate dai discendenti dei nostri emigranti sono le più sviluppate e tranquille; questo grazie al loro lavoro, senso civico e dignità. Non ci sono italiani nelle favelas. Questi sono gli “immigrati” che l’Italia deve accogliere e conferire la cittadinanza.
Ero in Brasile nei giorni del primo turno elettorale ho sentito sulla mia pelle i sentimenti del popolo brasiliano: la rabbia e la paura di chi subisce la violenza di una criminalità spietata, la speranza in un futuro migliore, la dignità di chi sopravvive al prezzo di tanti sacrifici.
Questa campagna elettorale è stata una tra le più dure e polarizzate della storia brasiliana, l’attentato da lei subito lo conferma. La stampa e l’opposizione non le hanno risparmiato critiche e insulti: ignorante, rozzo, maschilista, omofobo e fascista, cinico manipolatore del malcontento popolare. Non so se queste accuse sono fondate e nemmeno voglio saperlo. Piuttosto, mi chiedo che cosa farà Bolsonaro e come lo farà. Gli uomini si giudicano dai “fatti” e non dalle “parole”. Perché con i “fatti” si risolvono i problemi e si scrive la storia. Le chiacchiere di politici demagoghi, le masturbazioni mentali di sedicenti intellettuali, non servono a nulla; sono solo il prodotto di una casta parassitaria tanto inutile quanto dannosa.
Presidente il suo successo elettorale non è dipeso dalle capacità di statista che non ha ancora dimostrato; ma dall’inettitudine e dalla disonestà dei suoi avversari. Una sinistra travolta dagli scandali che non ha saputo affrontare i problemi del Paese. Una situazione simile ha portato in Europa alla crescita dei partiti “populisti” (la Lega e i Cinque Stelle in Italia, il Fronte Nazionale in Francia, Orban in Ungheria, ecc.); e negli Stati Uniti all’elezione di Donald Trump. Finché la sinistra non farà tesoro dei propri errori, continuerà a perdere.
Presidente, ora dovrà dimostrare di essere migliore di chi l’ha preceduta e per fare questo dovrà affrontare i problemi del Paese: la criminalità, la corruzione e la crisi economica.
La criminalità e la corruzione. Una classe politica corrotta ha saccheggiato il Paese, bloccandone lo sviluppo economico, sociale e politico. Il Brasile è un Paese in guerra. Nel 2016, sono sta commessi 61.238 omicidi, una quantità superiore rispetto a paesi in guerra come la Siria (33.425), l’Iraq (13.187) e l’Afghanistan (3.438). Nel 2017, il numero degli omicidi è salito a 63.880, 30.8 omicidi ogni 100.000 abitanti; in Messico, patria del narco-traffico, sono stati registrati 20 omicidi ogni 100.000 abitanti. Ieri il Brasile era vittima della dittatura militare; oggi è di quella “criminale”. Come turista sperimento questa situazione ogni volta che vado in Brasile, ma come turista il disagio è limitato al periodo di vacanza. Diversa è la posizione di milioni di brasiliani costretti a vivere in un Paese ostaggio della criminalità. Non esiste libertà senza sicurezza, come non esiste democrazia senza giustizia sociale.
In Brasile la violenza è riconducibile alla diffusione della droga e alle condizioni di emarginazione e di povertà in cui vivono milioni di brasiliani. La corruzione diffusa aggrava la situazione perché alimenta la sfiducia dei cittadini nello Stato e consente al crimine di agire indisturbato (vedi la corruzione nella polizia). Ho visto le immagini raccapriccianti di una rapina: i criminali dopo aver tolto i cellulari alle loro vittime gli uccidevano a colpi di pistola; una violenza ingiustificata compiuta da drogati che non hanno rispetto per la propria vita e per quella altrui. Questi rifiuti non meritano di vivere vanno eliminati.
La risposta al problema “sicurezza” è prima di tutto “repressiva” e poi “educativa”. Repressiva, perché il Brasile è un Paese in guerra e a tale situazione, si risponde con misure estreme: la certezza e la durezza della pena per i delinquenti, politici corrotti compresi; l’uso dell’esercito per reprimere la criminalità e riportare l’ordine nelle strade. Educativa, insegnare ai giovani al rispetto per se stessi e per gli altri; il rispetto della legge e delle istituzioni; combattere il degrado e la miseria delle favelas dove il crimine nasce e si sviluppa. Le istituzioni non possono realizzare i programmi educativi e di sviluppo se non hanno il controllo del territorio; l’azione repressiva dello Stato ha effetti temporanei se permangono le condizioni che hanno consentito al crimine di svilupparsi. Infine, ai cittadini va garantito il diritto alla legittima difesa, non sempre lo Stato può  difendere il cittadino; e quindi a quest’ultimo deve essere concesso il diritto a  poter reagire a tutela della propria vita e di quella altrui. La minaccia non viene dalle armi detenute dai cittadini ma da quelle usate dai criminali.
La crescita dell’economica brasiliana e il successo della sinistra, hanno coinciso con il boom delle materie prime, con i proventi ricavati dalla vendita delle stesse, i governi di sinistra hanno finanziato i programmi di spesa sociale a favore della parte più povera della popolazione brasiliana. L’esempio più famoso è quello della “bolsa famiglia” istituita dall’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva, una politica lodevole nelle intenzioni ed efficace per affrontare le situazioni di emergenza; ma inidonea a promuovere lo sviluppo e quindi sconfiggere definitivamente la povertà. Infatti, quando il prezzo delle materie prime è sceso, sono mancati i soldi per finanziare la spesa sociale e le politiche “assistenzialiste” hanno mostrato i loro limiti. Una situazione analoga si è verificata in Venezuela con il governo Maduro (il peggiore dell’America Latina) o in Argentina con la Kirchner.
Le politiche neoliberiste non sono la soluzione alla crisi economica del Brasile e dell’America Latina; discorso analogo vale per l’Europa, impoverita e afflitta dalla recessione. In Europa le politiche economiche imposte dal FMI o dalla Troika (FMI, Commissione Europea e Banca Centrale Europea) hanno fatto la fortuna delle imprese multinazionali, di speculatori come George Soros e delle grandi banche; ma hanno impoverito milioni di europei riducendo la classe media (licenziamenti, lavori precari e malpagati) hanno saccheggiato il patrimonio nazionale con privatizzazioni dagli esiti drammatici (il crollo del ponte Morandi a Genova).
Neoliberiste sono le politiche di chi vorrebbe spalancare le frontiere dell’Europa a milioni d’immigrati africani e asiatici, manodopera da sfruttare o da utilizzare come arma di ricatto contro i lavoratori autoctoni.
Presidente mi preoccupa la scelta Puolo Guedes come consigliere economico, un professore ultra-liberista membro di Sociedade Aberta. Tale organizzazione è la versione brasiliana di Open Society, l’organizzazione fondata dal miliardario George Soros: speculatore finanziario (vedi l’attacco alla lira nel 92), sostenitore dell’immigrazione incontrollata che dall’Africa e dall’Asia invade l’Europa, sostenitore della lobby omosessualità, rappresentante di un capitalismo apolide che nega valore e dignità agli Stati nazionali, la sua organizzazione è attiva nella destabilizzazione dei Paesi dell’Europa Orientale (Russia, Ucraina, Serbia, Ungheria, ecc.).
Presidente, come massima carica dello Stato ed ex militare ha il dovere di difendere la Patria. Oggi il principale nemico non è il comunismo che la storia ha sconfitto e nemmeno la “sinistra petista” (Partido dos Trabalhadores) che ne è la caricatura; ma gli organismi sovranazionali (FMI, Banca Mondiale, WTO, ecc.) e le grandi banche internazionali (Credit Suisse, JP Morgan, Goldman Sachs, Rothschild, ecc.) l’ordine unipolare imposto dagli Stati Uniti. Questi poteri rappresentano l’ideologia globalista e minacciano la sovranità delle nazioni. Lo scontro tra destra e sinistra appartiene al passato, oggi il confronto è tra sovranisti e globalisti.
La Russia di Putin si è ribellata ai poteri sovranazionali e all’ordine imposto da Washington, a tale nazione guardano con simpatia i movimenti sovranisti europei.
Presidente dovrà scegliere da che parte stare.
Putin ha ricostruito la Russia sulle ceneri dell’Unione Sovietica e l’ha fatto nel nome della tradizione: Dio, Patria e Famiglia.
Putin è riuscito a dare al suo Paese: sicurezza, benessere e prestigio internazionale.
Lei riuscirà a fare altrettanto?
La soluzione alla crisi economica brasiliana sta negli investimenti pubblici, nella diminuzione della pressione fiscale, nella semplificazione burocratica, nella lotta alla corruzione e agli sprechi del settore pubblico. La soluzione alla crisi non sta nella diminuzione dei salari, nella svendita delle imprese pubbliche, nei licenziamenti o nel taglio dei servizi pubblici (bolsa familia compresa).
La crescita del PIL è inutile e dannosa se non diminuisce le diseguaglianze sociali, distrugge l’ambiente e sottrae allo Stato il controllo delle industrie strategiche dalle quali dipende lo sviluppo del Paese (le grandi opere pubbliche furono realizzate con il regime militare e determinarono il decollo dell’economia brasiliana).
In Brasile come in Europa è necessario riaffermare il primato della politica sull’economia, difendere la nazione dalle ingerenze dei poteri sovranazionali.
Quando si parla di sviluppo, non si può ignorare la questione ambientale, un tema che investe ogni Paese, in particolare il Brasile che detiene il più grande patrimonio naturale del mondo. Presidente sta a lei difendere la foresta amazzonica minacciata da un piano di privatizzazione e deforestazione. Le generazioni future del Brasile e dell’intero Pianeta le saranno grate. Quanto alla povertà le cifre parlano chiaro.
Il Brasile ha quasi 210 milioni di abitanti, circa dieci milioni non hanno il cibo per sopravvivere, il 25,4% dei brasiliani vive con 5.50 dollari al giorno (dati 2016 -Istituto brasiliano di geografia e statistica, IBGE). Questi brasiliani non possono essere abbandonati.
Voglio aggiungere a questa “lettera” una riflessione geopolitica. Il Brasile ha tutte le caratteristiche per diventare la potenza regionale dell’America Latina. Per capirlo basta riflettere sulle sue dimensioni, risorse e popolazione; inoltre, il Brasile è l’unica nazione latinoamericana inserita nei BRIC, le grandi economie emergenti. Questo sarà possibile solo in un mondo multipolare e con un governo capace di resistere alle pressioni dei poteri sovranazionali.
Gli Stati Uniti, per circa due secoli hanno condiziona la politica dei Paesi latinoamericani, facendo dell’America Latina il loro “cortile di casa”, un continente ricco di risorse da saccheggiare, un serbatoio di manodopera a basso costo, una meta del turismo esotico e di quello sessuale. La crisi degli Stati Uniti come potenza egemone del Pianeta e dell’ordine unipolare dagli stessi imposto con la fine della Guerra Fredda, apre nuovi scenari e permette ai Paesi latinoamericani di affrancarsi dal “giogo” americano.
Credo che il Brasile e l’intero continente sudamericano, debbano aspirare a un ordine mondiale di tipo multipolare. Un ordine mondiale dove non esistono potenze internazionali che governano il mondo; ma una pluralità di nazioni che agiscono entro i limiti dei propri confini o sfere d’influenza, cercando la mediazione tra diversi interessi. Un concetto che è alla base della politica estera cinese ed è riassunto nell’espressione inglese Win-win (reciproca vittoria): entrambe le parti soddisfanno i propri interessi, dopo una trattativa caratterizzata da reciproche concessioni.
Unipolare e invece l’ordine attuale imposto dagli Stati uniti, i vincitori della Guerra Fredda, una potenza internazionale che ha preteso di “governare” il mondo, plasmarlo a sua immagine e somiglianza, piegarlo ai suoi interessi, i risultati sono stati disastrosi: la destabilizzazione del Medio Oriente (Iraq, Afghanistan, Siria) dell’Africa Settentrionale (Libia) la crisi con la Russia (l’allargamento a est della Nato con le crisi del Kosovo e dell’Ucraina). Per alcuni la politica americana è stata irresponsabile e criminale; per altri sfortunata ma animata da buone intenzioni. Le opinioni sono divergenti giudichi lei Presidente.
L’importante che non avvalli il delirio di onnipotenza degli Stati Uniti che nel mondo ha provocato troppe vittime.
La soluzione all’egemonia americana sono relazioni più strette tra Paesi dell’America Latina, con la Russia e con la Cina. Gli scambi tra il Brasile e la Cina sono aumentati di venticinque volte in circa dieci anni, passando da 3,2 miliardi di dollari del 2001 a 83 miliardi del 2013. L’Unione Europea non è un partner affidabile, è un soggetto politico allo sbando incapace di elaborare una politica comune; un’indefinita associazione di Stati preda dell’egoismo nazionale, succube della Germania. La sua disgregazione non è un evento improbabile, lo sperano in molti.
Ho fiducia nella sua promessa di consegnare alle autorità italiane il terrorista Cesare Battisti, che i governi Lula e Dilma hanno protetto. Battisti non è un rifugiato politico è solo un criminale.
Che Dio benedica il Brasile e il suo popolo.

Buon lavoro Presidente.

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in copertina la foto del Dott. Giorgio Da Gai durante la sua recente permanenza in Brasile, in una località sulla costa atlantica.

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